Close

Azienda Agricola Arrighi
L’AMBROSIA VIENE DAL MARE
(un’indagine di Enrico Radeschi)

di Paolo Roversi ♦

1.

Loris Sebastiani si era pentito di quella scelta fin dall’inizio. Non tanto per la destinazione – l’isola d’Elba riservava entusiasmanti sorprese per chi come lui amava le immersioni – quanto per la compagnia: Nadine, la francesina dalle natiche tonde e perfette, oltre ad avere dei modi di fare snob si era rivelata pessima per il suo karma.
Era andata male fin dalla partenza: la ragazza aveva deciso, senza informare il poliziotto, di approfittare della breve vacanza per una cura detox, che in realtà assomigliava più a un regime di astinenza monastica, che prevedeva, oltre a ripetute sessioni di yoga sul tappetino trasportato per ogni spiaggia da Sebastiani in versione sherpa, anche la privazione di alcuni importanti pilastri dell’intrattenimento: niente alcol, poco cibo e soprattutto niente sesso, tanto che la vacanza si era trasformata in una fastidiosa rehab che l’uomo stava pagando di tasca sua.
“Più che Nadine… un nodo alla gola!” digitò in un messaggio destinato al suo amico giornalista Enrico Radeschi che però cancellò per vergogna prima di spedire. Scrutava il mare, passandosi il Toscanello da una parte all’altra della bocca senza accenderlo mai. Del resto sapeva già cosa gli avrebbe risposto Enrico, lo avrebbe deriso con una battuta tagliente del suo repertorio riguardo agli errori di scelta che commetteva ogni volta saltando da una gonnella all’altra per sfuggire da una verità che conosceva benissimo: che si ubriacava di donne sbagliate per dimenticare l’unica che avesse realmente amato, Giulia la moglie, anzi ormai ex da tempo immemore.
Osservò il telefono e fu nuovamente tentato di digitare il messaggio ma resistette all’impulso e si alzò dallo sdraio scrollandosi la sabbia di dosso. Buttò il sigaro nella borsa di Nadine che lo osservò spostando i grandi occhiali scuri sulla punta del naso.
“Dove vai, Lorì?”
Quel modo di chiamarlo, che la prima sera ebbri di Kir Royal li aveva trasportati dentro un film con un bacio da piano sequenza sotto il porticato del 10 di Corso Como, gli causò un fastidioso prurito al collo.
La risposta del poliziotto fu un mezzo grugnito.
“La sansàra che ti ha punto, ti ha tolto anche la voce?”
Sebastiani lasciò cadere la provocazione e le strizzò l’occhio, sapendo che Nadine, venticinquenne ossessionata dalle emoticon che usava come cifra identificativa in ogni messaggio meglio di Zorro, avrebbe apprezzato, e si diresse con la maschera, la bombola e le pinne verso l’imbarcazione di un pescatore che lo aspettava poco distante.
Nadine abbassò gli occhiali e tornò al taumaturgico articolo sui rimedi naturali per evitare la ritenzione idrica in estate mentre l’uomo, dopo un veloce itinerario sulla barca, si diresse su suggerimento del pescatore nei pressi di un pianoro di sabbia, non lontano dal gruppo di giovani aspiranti biologi marini del corso di WWF Nature, impegnati nella sessione mattutina di osservazione naturalistica e documentazione fotografica, che salutò con simpatia prima di ancorarsi e prepararsi all’immersione.
“Non voglio anticiparle la sorpresa, ma vedrà che là sotto troverà qualcosa d’interessante” poco prima aveva detto così il barcaiolo, malcelando un sorriso.
Il vicequestore s’immerse e nuotò in profondità attraversando un branco di spigole che immaginò sfrigolanti su una piastra accompagnate da verdure al burro. Per un po’ non vide altro che bolle e sabbia, finché giunto a sette metri di profondità scorse delle reti da pesca… Anzi non erano reti, ma qualcosa di totalmente diverso e inaspettato: una serie di nasse contenenti uva, i cui acini danzavano dondolando al ritmo della marea!
Si avvicinò e rimase affascinato ad osservare: anziché catturare prede, lì si stava creando qualcosa di totalmente diverso. Ma cosa?
Incuriosito riemerse in fretta per chiedere delucidazioni al suo accompagnatore.
“Si tratta di un esperimento su un particolare vino creato dagli antichi greci di Chios, che prevede un primo passaggio in mare per togliere la pruina dall’acino e per facilitare appassimento e conservazione” rispose l’uomo.
“Geniale! Ma non si altera il gusto?”
Il pescatore sorrise: “Al contrario: il sale è l’unico antiossidante naturale impiegato nella produzione del vino. Attacca l’acino che si difende producendo una patina che poi sparisce nella fase di appassimento al sole. Bastano cinque giorni per incamerare una quantità di sale sufficiente per evitare l’utilizzo dei solfiti in produzione”.
“Vedo che è un esperto in materia”.
Di nuovo un sorriso aperto.
“Cosa vuole, mi piace il vino e mi piace bere bene. Questo lo producono qui sull’isola a Porto Azzurro: l’Azienda Agricola Arrighi. Vada a fare una degustazione, vedrà che non ne rimarrà deluso”.
Il poliziotto evitò di confessare al barcaiolo di essere anche lui un esperto e grande conoscitore di vini.

Quando ritornò sulla battigia si ritrovò di fronte Nadine, stranamente agitata. Saltellava e si sbracciava.
Lorì, non puoi capire cosa è successo! Dobbiamo assolutamente abbandonare l’isola!”
Sebastiani lasciò cadere pinne, maschera e bombola sulla sabbia.
“Cosa è successo?” chiese mettendosi a sedere sulla sdraio.
“Hanno avvisato con l’altoparlante di fare attenzione perché è fuggito un detenuto dal carcere!”
“Quale carcere?”
“Come quale carcere?” si disperò lei. “Quello che si vede anche da qui: guarda quell’edificio. C’est une prison!”
“Non ti preoccupare. Se è scappato non verrà certo in spiaggia in mezzo ai bagnanti”.
Mais non! Tu non capisci! Quello è un assassin! Su Internet c’è già la notizia: ha ucciso un uomo e sta scontando un ergastolo! Avanti, andiamo!”
Il poliziotto non si mosse. Teneva gli occhi chiusi e lasciava che il sole caldo gli asciugasse la pelle.
“Stai tranquilla, non succederà nulla. E poi ci sono io a difenderti. Sono un poliziotto, no?”
Non! Io me ne vado, prendo il prossimo traghetto. Adieu!”
Prima che scappasse, Sebastiani recuperò il Toscanello dalla borsa della ragazza, visto che senza non riusciva a ragionare, ma lo sputò subito: si era intriso della crema abbronzante al cocco di cui aveva preso il sapore.
Mentre Nadine si allontanava a grandi passi urlandogli indicibili offese nella sua lingua madre, lui prese lo smartphone, che teneva in una tasca delle bermuda appese all’ombrellone, per cercare ulteriori informazioni sull’accaduto.
Scovò un pezzo dell’ANSA in cui si riportava la notizia del detenuto evaso: un cinquantenne originario di Torino. L’articolo era anche accompagnato da una foto: un tizio massiccio, capelli rasati con una cicatrice sul sopracciglio destro che destava una certa inquietudine. Si specificava che al momento della fuga, avvenuto durante l’ora d’aria, l’uomo indossava una camicia bianca a maniche corte e un paio di jeans. Ai piedi calzava scarpe di pelle con suola a carro armato. Il pezzo si chiudeva invitando a contattare immediatamente la polizia nel caso in cui si incontrassero persone con requisiti simili.
Si rimise coricato a prendere il sole quasi felice: l’evaso gli aveva fatto un bel favore levandogli dai piedi quella fanatica di Nadine!
Gli venne subito anche un’altra idea: la caccia al fuggitivo sarebbe stata uno scoop succulento per il suo amico Radeschi che, a quanto ricordava, si trovava ad un raduno di vespisti proprio lì in Toscana.
Compose il numero del giornalista senza ulteriori indugi anche perché, visto che la camera era già stata pagata, gli avrebbe potuto far compagnia per il resto della villeggiatura. Lasciò squillare il cellulare per un numero indeterminato di volte e poi appese. Giusto il tempo di maledire Radeschi che il cellulare prese a vibrare: il giornalista lo stava videochiamando su WhatsApp.
Lo sbirro sospirò ma si arrese a quella nuova diavoleria tecnologica.
“Volevo vederti in costume!” lo salutò Radeschi.
Loris, da parte sua, si trattenne dal commentare la maglietta dell’amico sui cui era riportata l’inquietante scritta “Luppolo Ululì, Birrificio Ululà”, sicuramente in onore del Birrificio di Lambrate, sua casa adottiva.
“Devi annoiarti a morte se mi chiami. Come va la tua luna di miele? O sei già alla fase del fiele?”
Come lo conosceva bene, Radeschi! Perfino meglio della sua ex moglie!
“Ti va di venire a farti una vacanza all’Elba?”
“Mi stai proponendo un menage à trois con la francesina?”
Sebastiani sospirò.
“No, Nadine è appena scappata” annunciò rovistando nelle tasche alla ricerca di un nuovo sigaro.
“Ah, come le fai correre tu le donne, nessuno mai!”
“Piantala, allora vieni?”
“D’accordo però non farti idee strane: non sarò la tua amichetta porcellina, chiaro?”
“Non ti ho chiamato per questo: sull’isola c’è un fuggitivo. Un galeotto scappato dal carcere. Ti interessa?”
Il poliziotto trovò un mezzo Toscanello e iniziò a farlo correre da una parte all’altra della bocca, mentre s’immaginava l’espressione vampiresca del cronista che sicuramente sognava già lo scoop.
“E me lo chiedi? Parto subito!”
“Quanto ci metti ad arrivare?”
“Sono a Pontedera, alla fabbrica museo della Vespa per il raduno del…”
“Quanto Enrico?”
“Un paio d’ore per arrivare a Piombino più il tempo della traversata”.
“Ok, allora ti aspetto sul molo per le tre di questo pomeriggio” ringhiò Sebastiani prima di riattaccare.

2.

Quando Radeschi sbarcò a Portoferraio in sella al Giallone, la sua Vespa 50 del 1974 ridipinta a bomboletta, trovò Sebastiani puntuale ad aspettarlo.
“Che fine ha fatto la francesina?”
“L’ho rispedita con un biglietto di sola andata sotto la Tour Eiffel. Ora posteggia il tuo catorcio che abbiamo un impegno”.
“Scherzi? E se me lo rubano?”
“Fregare quel rottame sarebbe quantomeno audace, specialmente su un’isola. Avanti andiamo!”
Salirono sul SUV dello sbirro con cui si inerpicarono tra i tornanti dell’isola.
“Dove stiamo andando?”
“In un’azienda vinicola”.
“Ma non eravamo qui per trovare il fuggitivo?” domandò Radeschi.
“Si ragiona meglio quando si è ben idratati”.
“Su questo non c’è dubbio!”
Una mezz’ora più tardi giunsero a destinazione dove vennero accolti dal proprietario in persona, Antonio Arrighi.

“Sapete, i miei sono vini in anfora” spiegò il vigneron battendo con un piccolo buffetto contro una grande giara in terracotta che si trovava nella cantina.
“Pensavo che per l’affinamento dei vini servissero botti in legno o in acciaio…” commentò Radeschi.
“Quelli sono i metodi più comuni ora utilizzati, ma in passato si usava la terra d’Impruneta che non ha problemi di metalli pesanti con il vino. La terracotta ha una capacità di isolamento termico e consente al vino di non subire sbalzi termici durante la conservazione. Inoltre, grazie alla porosità del materiale, il vino di non subisce sbalzi eccessivi e il buon passaggio dell’ossigeno determina una maturazione ottimale dei vini rossi. Assaggiate questo Tresse”.
Versò il vino rosso in due calici che poi porse al giornalista e al vicequestore.
“Sapete, presto farò interrare nella vigna qui sopra alla cantina un enorme orcio in terracotta, proprio come facevano 8000 anni fa in Georgia i più antichi agricoltori del mondo con le loro qvevri: così il vino crescerà nella stessa terra che lo ha generato”.
“Davvero interessante… Ma mi dica, perché la scelta di utilizzare le nasse che ho visto stamani?” chiese Sebastiani.
“Perché il vino ha il mito nel suo DNA. Per questo motivo abbiamo voluto ripercorrere la leggendaria storia dell’isola di Chio. I produttori di quest’isola dell’Egeo custodivano un segreto che rendeva il loro vino particolarmente aromatico e serbevole. Assaggi…”
Arrighi passò a Sebastiani un nuovo calice. Il retrogusto che gli restò in bocca lo riportò agli aromi di vitigni greci.
“Lo sente? Niente sapore di sale”.
Il produttore frugò dentro una nassa da cui estrasse un raspo d’uva.
“E ora assaggiate l’acino”.
I due uomini accolsero l’invito di buon grado.
“Retrogusto sapido con note di…”
Sebastiani strattonò Radeschi per evitargli la solita figuraccia: “È uva, non vino!”
“Il suo amico ha ragione” sorrise il vigneron. “L’uva utilizzata per ricreare questo particolare metodo di vinificazione è l’ansonica: un incrocio di due uve dell’Egeo orientale dove i vitigni, per la particolare esposizione al sole, producono frutti particolarmente aromatici. Il sale marino, durante i giorni di immersione, penetra all’interno senza danneggiare l’acino. L’ultimo passaggio consiste nella fermentazione delle uve in anfore di terracotta. Il vino dopo un anno di affinamento in bottiglia sarà pronto per essere degustato, restituendo un sapore antico”.
Dopo la degustazione Arrighi si rivolse ai due amici: “Adesso venite, vorrei portarvi in giro per le mie vigne che sono tutte comprese all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, lungo il percorso di wine trekking che ho creato… sapete cos’è il wine trekking, no?”
Sia Radeschi che Sebastiani brancolavano nel buio ma, se il vicequestore ebbe il pudore di tacere, lo stesso non accadde per il giornalista che azzardò un’ipotesi peregrina: “Qualcosa di simile alle gite a tappe che si fanno in montagna di malga in malga per testare i formaggi, però sul vino?”
“Più o meno” rispose Arrighi. “Se avete un po’ di tempo vi mostro di cosa si tratta”.
Camminarono per venti minuti sudando tutto il vino bevuto ma ne valse la pena: arrivarono in cima a una collina e davanti a loro si parò quello che sembrava un anfiteatro i cui gradini erano terrazzamenti di filari delle uve.
“Magnifico!” disse Radeschi osservando le piante di vite intervallate con ordine. Ben presto la sua attenzione venne attirata da una palma che svettava proprio al centro della vigna.
“E quella?” domandò. “Sembra secca…”
“Si è ammalata pochi mesi fa, purtroppo, però non ho cuore di abbatterla. Si tratta di una palma secolare, una prova tangibile di cosa fosse questa tenuta prima di diventare vitigno”.
“Possiamo vederla da vicino?”
“Ma certo, andiamo!”
Si avviarono fra i filari, badando bene a non rovinare le foglie delle piante che, fu spiegato loro, avevano radici profonde anche venti metri visto che non ricevevano irrigazione artificiale per mantenere le proprietà organolettiche del territorio, fino a quando raggiunsero la palma.
Arrighi batté contro il fusto provocando, di ritorno, un suono sordo.
“Sentite? Niente più linfa”.
“A me sembra piuttosto il rumore di uno spazio vuoto”.
Radeschi passò le dita lungo il tronco e trovò una specie d’intercapedine che, con la pressione della mano, si aprì nella corteccia.
“Ecco il motivo della morte inaspettata! È stata svuotata e trasformata in un… ripostiglio?”
Così dicendo estrasse un paio di jeans e una camicia bianca che accesero una miccia nel cervello di Sebastiani.
“Non è un ripostiglio, ma un nascondiglio!” constatò. “Spostati Enrico, fammi vedere”.
Il vicequestore si chinò per osservare meglio.
“Ecco vedete: qui ci sono delle impronte di scarpe col carro armato. Scommetto che il galeotto scappato dal carcere è passato di qui. Forse qualcuno in carcere gli aveva detto che questa palma poteva essere un ottimo nascondiglio…”
Arrighi sbiancò.
“Sta dicendo che il fuggitivo si nasconde da queste parti?”
“Sì, ma stia tranquillo, gli animali braccati non si avvicinano mai troppo. Hanno paura di tornare in gabbia”.
Il vicequestore, abituato a gestire situazioni come quella, prese il telefono per informare il commissariato di Polizia di Portoferraio dei loro sospetti.
“Manderanno una squadra a controllare” spiegò dopo aver riagganciato.
Arrighi parve tranquillizzarsi mentre si avviavano verso la cantina attraverso un percorso diverso.
A un certo punto la loro attenzione venne attirata da una strana struttura in acciaio, posta in un anfratto della boscaglia proprio accanto al sentiero che stavano percorrendo.
“Quella cos’è?” domandò il solito Radeschi.
“È una gabbia per catturare i cinghiali. Arrivano attirati dal cibo che ci lasciamo e vi rimangono intrappolati”.
“Poi li mangiate?” domandò Sebastiani.
“Ma no! È un’operazione che facciamo in accordo col Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano: gli animali che catturiamo vengono poi portati altrove e sterilizzati prima di essere liberati nuovamente. Ehi, ma cosa c’è? Perché si è fermato?”
Radeschi si era immobilizzato davanti alla gabbia e un sorriso compiaciuto gli era apparso sulle labbra. Si voltò verso Sebastiani che aveva avuto la sua stessa illuminazione.
“Se funziona per gli animali affamati…” disse.
“… potrebbe funzionare anche per un uomo!” concluse il poliziotto facendo ruotare il Toscanello fra le labbra.

3.

Alla fine, Sebastiani si era rassegnato e aveva accettato di fare un giro dell’isola in sella al Giallone. Ora, aggrappato a Radeschi, sentiva il vecchio motore meccanico che arrancava in salita verso Capoliveri. A dispetto di tutte le nefaste previsioni del poliziotto, però, la Vespa compì egregiamente il proprio dovere e, in capo a una decina di minuti, lui e Radeschi erano già comodamente seduti in uno dei ristorantini del centro storico per gustarsi una cena a base di pesce annaffiata da un vermentino ghiacciato sempre della cantina Arrighi. Quando arrivarono all’amaro, i discorsi si spensero piano piano.
L’attesa stava diventando snervante anche se entrambi fingevano indifferenza.
“Funzionerà?” domandò Radeschi sorseggiando il suo Montenegro con ghiaccio.
L’unica risposta che ottenne fu una pigra rotazione del sigaro fra le labbra del vicequestore.
Quando ormai si stavano per alzare dal tavolo, sazi ma scoraggiàti, il cellulare di Sebastiani si mise a squillare.
Entrambi riconobbero il numero sul display: il commissariato di Polizia di Portoferraio.
“Vicequestore Sebastiani, sono il commissario Bucci. Volevo solo dirle che aveva ragione: la sua idea ha funzionato alla grande. Nessuno resiste alla fame!”
“Cosa è successo?” chiese Radeschi.
“Lo hanno preso” annunciò Sebastiani riattaccando.
“No, lo abbiamo preso noi!” precisò il giornalista con un sorriso. E in fondo non gli si poteva dare torto; dopotutto era stata sua l’idea di mettere nella gabbia un’esca, qualcosa che fosse commestibile per un umano ma che sembrasse lì per soddisfare la fame di un’animale. Avevano optato per del pane secco, della frutta troppo matura e anche per una ciotola d’acqua perché la sete, con quel caldo, non andava sottovalutata. Tutto abbondantemente intriso di sonnifero. Inoltre, grazie alle sue conoscenze informatiche, Radeschi aveva anche sistemato, nascondendola fra le foglie di un vitigno, una telecamera controllata da una app del cellulare che si sarebbe attivata ad ogni movimento registrando quello che accadeva intorno e nella gabbia.
Enrico prese il telefonino e si collegò all’app di videosorveglianza.
“Guarda Loris. Stanno portando via il bell’addormentato!”
Nelle immagini che arrivavano sullo schermo si vedevano due poliziotti che entravano nella gabbia e sollevavano di peso un uomo addormentato.
“Quando posterò questo video su MilanoNera farà una vagonata di visualizzazioni!”
Le labbra del vicequestore si allargarono in sorriso così aperto che quasi gli cadde il Toscanello.
“Ora che si fa?” chiese il cronista rimettendo il telefonino in tasca.
“Be’, si festeggia col bicchiere della staffa!”
Rimontarono in sella al Giallone e tornarono alla tenuta per chiudere la giornata con Antonio Arrighi che, lieto del successo e circondato dai microfoni dei giornalisti accorsi per documentare l’arresto, stappò per loro la bottiglia più prestigiosa della cantina: quella del Nesos, il vino nato nelle nasse con le radici in un passato millenario.