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BeVedetta
STELLE CADENTI
(un’indagine di Enrico Radeschi)

di Paolo Roversi

Tutto era iniziato in una caldissima notte milanese, infestata di zanzare e umidità, in cui Enrico Radeschi e il suo amico vicequestore Loris Sebastiani, reduci da un caso da incubo che aveva rubato loro sonno, energie e ferie, si aggiravano per i Navigli alla ricerca di una birra ghiacciata e di uno spunto per rimettere in sesto la loro estate, ormai irrimediabilmente compromessa.
“Questa è la settimana di ferragosto e non troveremo un buco libero da nessuna parte!” sospirò il poliziotto.
Enrico annuì. Aveva parcheggiato il Giallone, la sua vespa gialla classe 1974 ridipinta a bomboletta, vicino alla Darsena e già dopo pochi passi grondava di sudore al punto che la T-shirt nera con sopra impresso il logo di MilanoNera, il portale di giornalismo investigativo per il quale scriveva, gli si era incollata alla schiena.
Anche Sebastiani non stava meglio: evento storico, si era addirittura sfilato la giacca e aveva le maniche della camicia arrotolate.
Trovarono un tavolino in uno dei tanti locali all’aperto di via Corsico. Radeschi ordinò una birra e il poliziotto uno Sbagliato.
“Ci siamo giocati le vacanze per colpa del caso che ci ha inchiodati in città fino ad oggi” sospirò Enrico. “Non si potrebbe dire ai criminali di delinquere solo d’inverno e, già che ci siamo, non durante le feste comandate?”
“Ti piacerebbe, vero? Questo caldo bestiale fa impazzire la gente”.
In quel momento vennero raggiunti al tavolo dall’ispettore Mascaranti. Un bestione non particolarmente intelligente, con cui Radeschi coltivava un rapporto di sincera ostilità. Tuttavia, per il quieto vivere cercava di andarci d’accordo.
Tutti e tre avevano lavorato nel corso delle ultime tre settimane al caso Wolkowitz, il cui colpevole era stato assicurato alla giustizia un paio d’ore prima. Per festeggiare la fine dell’indagine, Sebastiani li aveva invitati fuori a bere e quindi dovevano sforzarsi di non prendersi a pugni ancora per qualche minuto.
L’ispettore ordinò un Mojito e, finalmente, poterono far tintinnare i bicchieri.
“Quindi domani parti per le vacanze?” chiese Radeschi a Mascaranti tanto per intavolare un minimo di conversazione.
“Sì, la mia famiglia mi aspetta al mare. Sono già alla pensione dove andiamo ogni anno, da una decina di giorni… E voi che programmi avete?”
Sebastiani mosse impercettibilmente il Toscanello spento che stringeva fra le labbra e non accendeva mai.
“Mah, niente, non abbiamo proprio avuto il tempo di pensarci, e ora siamo inchiodati qui”.
“Oh” sospirò l’ispettore, attraversato improvvisamente da una luce energetica. “In questo caso forse ho una proposta per voi”.
Il sigaro si mise a correre da una parte all’altra della bocca mentre Radeschi finì con un lungo sorso la sua birra per ordinarne subito un’altra.
“Sentiamo” sussurrò Sebastiani.
“È molto semplice: mio zio si è rotto una gamba proprio oggi pomeriggio e domani sarebbe dovuto partire. Un Relais magnifico, nella Maremma toscana. Tre giorni già pagati, solo che io non posso andarci, sia perché i miei mi aspettano, sia perché non si tratterebbe esattamente di una vacanza…”
“Allora di cosa?”
“Be’ dovreste fare presenza, ecco”.
“Presenza?”
Mascaranti sospirò. Non era portato per lunghe spiegazioni.
“Il 10 agosto come sapete è la notte di San Lorenzo…”
“Le notte delle stelle cadenti, e allora?” intervenne Radeschi. “Dobbiamo esprimere un desiderio?”
“No, mio zio è il presidente dell’associazione astrofili del suo paese e sarebbe dovuto andare in rappresentanza… Vedete, il resort dove si svolge l’evento, il Vedetta Relais, si trova proprio sulla cima di una collina da cui si gode una vista splendida a trecentosessanta gradi. Mi ha raccontato che durante il giorno si vede l’isola d’Elba e perfino la Corsica nei giorni limpidi. Mentre la notte…”
“Si osservano le stelle”.
“Proprio così. Voi dovreste soltanto fingervi interessati all’argomento e, ogni tanto, dare un’occhiata dentro al telescopio. Ci andrei io, ma ho prenotato in Romagna con mia moglie, i figli e i suoceri e se non mi presento rischio il divorzio”.
“Solo sbirciare di tanto in tanto nel telescopio?”
“Esatto, solo questo. Ci sarà uno dell’associazione astrofili di Follonica ad animare la serata e a raccontare le bellezze del cosmo”.
“Come la mettiamo col fatto che siamo in due?”
“Oh, ma questo non è un problema: mio zio ha riservato una doppia! Doveva andarci con la moglie”.
“D’accordo, allora ci fingeremo astrofili” sospirò Sebastiani, scolandosi quel che restava del suo Sbagliato.
“Io avrei voluto fare l’astronauta, sai Loris?”
“Come no, Enrico. Hai proprio il fisico adatto. Con quella pancetta da birra che ti è venuta negli ultimi tempi non ci entreresti nemmeno nella tuta spaziale…”

La mattina seguente, alle prime luci dell’alba per approfittare del fresco, Radeschi e Sebastiani erano saliti sul potente SUV del vicequestore alla volta di Scarlino.
“Un delizioso borgo medioevale nella Maremma toscana” aveva precisato il giornalista leggendo dallo smartphone.
“Non cominciare con le tue diavolerie elettroniche, d’accordo? Io voglio solo rilassarmi”.
“Ci mancherebbe, Loris! Relax completo: non mi sono nemmeno portato il laptop però qualche ricerca col telefonino sul luogo in cui stiamo andando fammela fare…”
“Giusto due parole, ok?”
“Bene. Senti qui: il BeVedetta, che è la catena alberghiera a cui appartiene il Relais, è una raffinata idea di ospitalità diffusa nel territorio di Scarlino in Maremma, immaginata e creata dalla proprietaria, Anna Barberini, sorretta da un grande amore per le proprie radici…”
“Questo nome mi suona famigliare”.
“BeVedetta?”
“No, il nome della donna”.
“Be’ è stata lei che prima ha recuperato la casa di famiglia, trasformandola in un boutique hotel di alto livello e poi ha creato il glamping, che è la crasi tra glamorous e camping, con tende lussuose su palafitta. E ho anche capito perché si tiene lì il convegno degli astrofili: i singoli lodges del glamping sono distribuiti secondo la costellazione delle Pleiadi, fico no?”
Lo sbirro annuì svogliatamente prima di trincerarsi in un ostinato silenzio per il resto del viaggio.
Intorno alle 11.30 giunsero a destinazione e rimasero a bocca aperta: la tenuta si trovava sulla cima di una collina da cui si godeva una vista stupenda. Una vegetazione rigogliosa cresceva intorno alla villa padronale rendendo il paesaggio bucolico davvero particolare e rilassante.
“Gli astrofili non se la passano affatto male” commentò Radeschi, scendendo dall’auto e dirigendosi verso il Relais.
Sebastiani annuì.
“Già, anche se gli astrologi guadagnano sicuramente di più”.
Il cronista non ribatté alla battutaccia perché una donna, coi capelli ricci e un sorriso aperto, stava venendo loro incontro per accoglierli. Il sigaro di Sebastiani sobbalzò quando lei gli strinse la mano.
“Molto piacere, sono Anna Barberini, la proprietaria di BeVedetta. Da questa parte prego, la vostra stanza è già pronta” annunciò.
Il poliziotto e il giornalista la seguirono su per le scale, finché Anna li introdusse in una elegante camera con un terrazzo favoloso da cui si vedeva la costa e l’isola d’Elba.
“Questa stanza è perfetta per te, Loris” aggiunse lanciando un’occhiata maliziosa a Sebastiani. “Si chiama Il Libertino Vezzoso”.
Il vicequestore fece ruotare il sigaro: ora si ricordava di Anna, eccome! Anni addietro aveva tentato invano di annoverarla tra i suoi flirt post separazione…
“Perciò tu saresti il presidente del Circolo Astrofili di Brugherio?” chiese lei, sempre sorridente.
Il Toscanello dello sbirro ebbe un altro sussulto, ma lui decise di stare al gioco.
“In persona” rispose.
Radeschi scosse la testa mentre i due si scambiavano un sorriso e uno sguardo complice.
“Quindi voi due vi conoscete?”
“Oh, direi proprio di sì” rispose Anna, osservando divertita la reazione del vicequestore.
“Anna prima abitava a Milano” spiegò Sebastiani imbarazzato “e per un certo periodo ci siamo frequentati, dopo che avevo divorziato”.
“Ma non mi dire!” commentò divertito Radeschi.
“Invece è così” intervenne lei. “E, a quanto pare, voi due vi siete imbucati! Un vicequestore e un…”
“Giornalista”.
“Oh, allora siamo a posto! Abbiamo la stampa che documenterà l’evento, dico bene?”
Enrico si affrettò ad annuire. Non aveva mai scritto nemmeno una riga sulle stelle cadenti e, tutto sommato, quella sarebbe stata l’occasione per imparare. Senza contare che il luogo rimetteva in pace con se stessi: il verde lussureggiante che li circondava, la piscina perfettamente integrata nel paesaggio, le erbe aromatiche che crescevano rigogliose e poi il panorama splendido che si godeva… Non sarebbe stato affatto difficile per Radeschi imbastire un pezzo che ne tessesse le lodi, anzi.
“Vi aspetto alle 13 per il pranzo, d’accordo?”
“Non mancheremo!” la rassicurò Loris, mentre lei chiudeva la porta dietro di sé.
“La stanza del Libertino è perfetta per te?” chiese Radeschi sghignazzando.
Una lentissima rotazione del sigaro pose fine alla conversazione: la pazienza dello sbirro stava giungendo al limite e quello era il segnale che annunciava a Enrico che era meglio non sfidare la sorte.
Dopo una doccia e un po’ di riposo sull’ampio terrazzo da cui si scorgeva la costa rocciosa dell’isola Elba, i due scesero al piano inferiore per il pranzo.
Anna li accolse sorridente come sempre.
“Ho fatto preparare il tavolo sotto al leccio”.
Si accomodarono tutti e tre e, nel giro di una decina di minuti, arrivarono i piatti fumanti.
“Oggi lo chef ha preparato i pici con il ragù di cinta, rosmarino e limone del mio giardino, spero piacciano a tutti”.
“Perfetto” confermò Radeschi con già l’acquolina in bocca.
Sebastiani lanciò un’occhiata interrogativa ad Anna che gli stava porgendo una piccola boccetta di vetro.
“Un regalo per te, Loris. Ricordo che adori mangiar piccante e questo è peperoncino tritato, prodotto delle piante che ho messo l’anno scorso. Attenzione che è molto forte! E pure afrodisiaco a quanto si dice… Posso?”
Anna, aiutandosi con un cucchiaino, sparse con maestria il piccante nel piatto del poliziotto, che arrossì. Radeschi, per toglierlo d’imbarazzo, s’impossessò dei peperoncini tritati e ne ricoprì i suoi pici.
“Anch’io adoro il piccante!” affermò, facendo poi sparire con nonchalance il vasetto in una delle tasche delle sue bermuda cargo.
Dopo il pranzo, proseguito con tipiche pietanze maremmane rivisitate in chiave creativa e inusuale, si erano goduti il relax della piscina, che a Radeschi ricordava nella forma un otto. Non erano soli ma regnava comunque un bel silenzio.
“Il bello di avere dei turisti soltanto in coppia intorno è che tutti si fanno gli affari propri e sono concentrati sul proprio relax. In questo Relais si sta davvero divinamente!” commentò il giornalista.
Sebastiani non lo ascoltava, al contrario, si era rilassato a tal punto che aveva attaccato bottone con un paio di tedesche, madre e figlia. Nella sua idea a lui sarebbe toccata la figlia venticinquenne mentre a Radeschi la madre.
“Certo” aveva commentato Enrico “in un universo parallelo…”
Il resto del pomeriggio trascorse sereno fra risate e ammiccamenti finché, poco prima di cena, iniziarono ad arrivare le varie delegazioni di astrofili dalla Toscana, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna. La maggior parte di loro sarebbe rientrata a casa propria dopo l’evento.
Prima delle otto si erano già radunate più di cinquanta persone, a cui si aggiunsero i turisti che alloggiavano nel glamping.
Dopo un ricco buffet e molte chiacchiere sulle costellazioni, le stelle e altri argomenti che annoiavano da morire Radeschi, finalmente venne il momento di godersi lo spettacolo del cielo: la notte della stelle cadenti.
Si erano sistemati nel grande spiazzo antistante la villa su sedie, cuscini, materassini e coperte. Le luci erano state spente, a eccezione di alcune candele che rischiaravano appena i volti delle persone, e quello che tutti si trovavano davanti era il magnifico spettacolo del cosmo.
A condurre la serata c’era il presidente della locale associazione di astrofili, Giovanni Pellegrini, un uomo sulla settantina, secco come un giunco.
Trafiggeva il cielo con il suo puntatore laser per indicare ai presenti stelle e costellazioni.
Ogni gruppo aveva portato il proprio telescopio e anche Radeschi e Sebastiani, per non destare sospetti, avevano montato quello che gli aveva prestato lo zio di Mascaranti.
Enrico fingeva di sistemarlo quando Pellegrini, in un momento di pausa, si era avvicinato.
“Voi siete quelli della delegazione di Brugherio, vero?”
“Sì, mio zio è il presidente” mentì Radeschi. “Io lo accompagno soltanto, sto imparando”.
“Bravo e allora ricordati che devi puntarlo verso il cielo quell’affare se vuoi vedere qualcosa, non ti ha insegnato proprio nulla tuo zio?”
Sebastiani non badò nemmeno a loro: stava parlando fitto con Ingrid, la figlia della tedesca, mentre la madre lanciava inequivocabili occhiate a Enrico che evitata accuratamente di ricambiare. Anzi, per sfuggirle si calò completamente nella parte dell’osservatore astronomico; iniziò a regolare il telescopio come se lo avesse fatto da sempre, peccato che lo urtò con un gomito e, anziché su Cassiopea, finì per puntarlo in mezzo al mare. La lente inquadrò un’imbarcazione e un brivido gelido corse lunga la schiena del giornalista.
Enrico si rizzò in piedi, irrigidendosi.
Bastò quel gesto scomposto per distogliere l’attenzione di Sebastiani dalla giovane teutonica e avvicinarsi all’amico.
“Che cosa hai? Sembra che tu abbia visto un fantasma!”
“Il fantasma ci sarà presto perché ho appena assistito a un omicidio” annunciò Radeschi sbigottito, ma a bassissima voce in modo che solo il vicequestore potesse sentirlo.
“Cosa stai farneticando?”
Un paio di persone si erano voltate a osservarli.
“Lascia perdere, ne parliamo dopo…”
Il resto della sera continuò in maniera surreale fra la cupezza di Radeschi e gli ohhhh delle persone che avvistavano le stelle cadenti ed esprimevano i loro desideri.

“Non puoi avere davvero assistito a un omicidio, Enrico.”
“Ah no? E tu come lo chiami quando sparano a uno sopra una barca e quello cade fuori bordo?”
“La chiamo allucinazione”.
“Ti assicuro invece che era tutto reale: ho abbassato per sbaglio il telescopio verso il mare e mi sono ritrovato davanti questa scena assurda! Non solo, ho già elaborato una teoria: si tratta di contrabbandieri corsi che…”
“Certo, certo” tagliò corto Sebastiani. “E io sono il corsaro nero!”
Lo sbirro si mise a imburrare una fetta biscottata per nulla interessato alla teoria di Radeschi. Stavano facendo colazione dopo aver dormito separati: Enrico da solo nella suite del Libertino, Loris con una delle tedesche, o magari con entrambe, chissà; Enrico non era comunque dell’umore per domandarglielo. Quanto a lui, non aveva praticamente chiuso occhio, arrovellandosi su quello che aveva visto e cercando di capire come poterlo dimostrare. Aveva navigato in Rete col suo smartphone alla ricerca d’informazioni utili e l’unica pista che gli sembrava promettente, anche se piuttosto esile, era quella del contrabbando di droga. Nei mesi precedenti, infatti, la guardia costiera italiana aveva sequestrato a Follonica un grosso carico di marijuana e arrestato un paio di contrabbandieri corsi che avevano importato la droga dall’isola francese alle coste italiane. Forse qualcuno si era rimesso a battere quella pista?
A questa teoria, tuttavia, mancava un tassello: dove avrebbero potuto nascondere la merce?
In quel momento fece capolino Anna.
“Dormito bene?” domandò.
“Divinamente” sorrise Sebastiani.
“Anche tu? Hai una faccia…”
Radeschi abbozzò. Le lunghe ore insonni evidentemente erano difficili da nascondere, così decise di approfittarne per raccogliere informazioni.
“Ho dormito poco, in effetti”.
“Come mai?”
“Per una cosa che sto scrivendo…” mentì. “Anzi magari mi puoi essere utile”.
“Ma certo, dimmi pure”.
“C’è qualche grotta o casale abbandonato da questa parti?”
Anna scosse la testa.
“No, perché?”
“Penso a un luogo abbastanza grande dove si possano nascondere delle casse…”
“Delle casse? Cos’è questo mistero?”
“Non preoccuparti” intervenne Sebastiani. “Enrico è fatto così: ogni tanto gli vengono delle idee strane e allora…”
“Un posto come quello che cerchi, in effetti, ci sarebbe” lo interruppe Anna facendosi pensierosa.
“Davvero? E dove?”
A Radeschi brillavano già gli occhi.
“Si trova sulla costa, poco dopo la Marina di Scarlino, all’inizio del sentiero panoramico che conduce a Cala Martina e a Cala Violina”.
“Che posto è?”
“Si chiama Terra Rossa”.
“Avanti, raccontaci” la esortò Radeschi.
Anna si sedette con loro e iniziò a parlare.
“Dovete sapere che verso la fine dell’Ottocento qua dietro sulle colline di Gavorrano fu rinvenuto un giacimento di pirite, tra i più grandi in Europa. A inizio ’900 fu realizzata una teleferica per portare questo minerale direttamente alla stazione ferroviaria di Scarlino Scalo. Insomma, di lì a poco Scarlino divenne uno dei maggiori capolinea minerari d’Europa. Però il mezzo ferroviario risultò presto insufficiente e fu necessario ricorrere alle navi. Così si prolungò il percorso della teleferica fino al terminal di Terra Rossa, proprio a ridosso del mare, dove le acque erano sufficientemente profonde per consentire alle navi di attraccarsi al pilone di cemento, nel frattempo appositamente costruito. La pirite, una volta raggiunta Terra Rossa, veniva stoccata in un gigantesco silos, ancora oggi visibile. Una galleria sotterranea collegava poi il silos a una seconda teleferica per trasportare il minerale fino al pilone sul mare, dove veniva imbarcato. Quando, alla fine degli anni ’60, l’attracco diventò impraticabile a causa della ridotta capienza della cala per le nuove grandi navi mercantili, rendendo così poco concorrenziale l’attività, si decise di smantellare questo complesso sistema di trasporto della pirite, proseguendo solo con il trasporto via terra”.
“Oggi cosa resta?”
“Tutto, ma è chiuso al pubblico. Ci sono l’attracco marittimo, i giganteschi piloni, i carrelli, la galleria… Ed è lì, in effetti, che si potrebbero nascondere molte casse…”
Radeschi si voltò a guardare il vicequestore.
“Levatelo dalla testa!” ringhiò lo sbirro.
Enrico sorrise: sapeva che quella era la pista giusta e sapeva anche che, alla fine, il suo amico si sarebbe convinto ad accompagnarlo.
Venti minuti più tardi, infatti, erano a bordo del SUV di Sebastiani diretti verso Terra Rossa.
“Non so perché mi lascio sempre convincere” borbottò lo sbirro spegnendo il motore. “Ecco siamo arrivati. Come vedi non c’è nulla se non una rete metallica e un cancello chiuso”.
Il giornalista scese dall’auto per dare un’occhiata.
“Non ci faremo certo scoraggiare da questo, no? Avanti scavalchiamo ed entriamo a vedere”.
Senza attendere risposta Enrico si arrampicò sul cancello e saltò dall’altra parte.
Lo sbirro lo seguì a malincuore facendo bene attenzione che i suoi pantaloni leggeri e la sua camicia di cotone non si strappassero.
Camminarono lungo un sentiero sterrato e presto si trovarono davanti i piloni in mattone che gli aveva descritto Anna.
“Impressionanti vero?”
Una rotazione del sigaro indicò che il vicequestore era d’accordo.
Proseguirono la loro discesa fino all’imbocco della vecchia galleria, protetto anch’esso da un cancello con tanto di lucchetto.
“Fine della corsa, Enrico. Questo non lo possiamo scavalcare”.
“Lo possiamo scassinare, però”.
“Cosa ti fa pensare che lì dentro troveremo qualcosa?”
“La logica: qui è tutto abbandonato, però questo lucchetto luccica perché è nuovo di zecca. Ergo, qualcuno l’ha appena sostituito”.
“E allora?”
“Lo sai benissimo: non esistono coincidenze nel nostro mestiere!”
Così dicendo, Radeschi afferrò un grosso sasso e colpì con una serie di gesti studiati il lucchetto fino a farlo saltare.
“Andiamo” disse spingendo il cancello ed entrando in quello che sembrava l’ingresso di una vecchia miniera abbandonata.
Sebastiani sospirò e lo seguì iniziando a mordicchiare la punta del sigaro per il nervoso.
All’interno sembrava di essere proiettati in uno dei film di Indiana Jones: carrelli su rotaia, muri spessi e un tunnel profondo e misterioso che si apriva davanti ai loro occhi.
“Ammetterai che è suggestivo, no?”
Loris si limitò a una smorfia.
Si trovavano dentro la galleria scavata nella roccia con alcune feritoie sul soffitto che permettevano l’illuminazione interna. Sui due lati c’erano una serie di vecchi carrelli utilizzati originariamente per il trasporto della pirite, per terra brillava ancora la polvere dorata del minerale.
Radeschi avanzava cauto, filmando tutto col cellulare: sul suo sito MilanoNera quel reportage sarebbe andato fortissimo.
Iniziò a controllare il contenuto di tutti i carrelli. Niente nel primo, niente nel secondo, alla vista del terzo, però, si bloccò.
“Ci siamo” annunciò rivolto a Sebastiani. “Qui dentro ci sono così tanti panetti di droga da soddisfare il fabbisogno di un coffee shop di Amsterdam per un anno intero”.
Lo sbirro si avvicinò per dare un’occhiata e subito il sigaro gli scivolò da un lato all’altro della bocca.
Estrasse il cellulare dalla tasca per comporre un numero.
“Qui sotto non c’è campo”.
Radeschi intanto aveva iniziato a controllare anche gli altri carrelli e aveva constatato che le sorprese non erano ancora finite.
Nel sesto carrello lo attendevano due occhi vitrei che lo fissano immobili: gli occhi del tizio a cui avevano sparato la notte precedente. Enrico lo capì non solo per via del fatto che era ancora tutto bagnato, ma soprattutto perché aveva un foro di proiettile in mezzo al petto. Dovevano aver ripescato il cadavere in modo che non finisse a riva…
Stava per comunicare la nuova scoperta al compagno quando, dal fondo della galleria, comparve uno sconosciuto che, senza tante cerimonie, iniziò a sparare. Radeschi e lo sbirro si acquattarono a terra. Erano disarmati e in trappola. I proiettili fischiavano sopra la loro testa e rimbalzavano contro le pareti del tunnel.
“Perché finisco sempre in situazioni come questa quando ti do retta?” ringhiò il vicequestore.
Al giornalista non venne in mente nessuna risposta sensata; ripensò soltanto che l’idea di quel viaggio era venuta, fra l’alcol e zanzare, a quel bastardo di Mascaranti…
Lo sconosciuto si avvicinò tenendoli sotto tiro.
“Alzatevi” ordinò con accento francese.
Loro ubbidirono, osservando in faccia l’uomo che gli puntava la pistola contro. Sui cinquanta, calvo, pelle bruciata dal sole e tatuaggi a ricoprire le braccia muscolose.
Radeschi si ficcò istintivamente una mano in tasca e, dentro di sé, ringraziò Anna per il regalo.
“Mani alzate e niente scherzi” gridò il contrabbandiere. “O farete la fine di quel traditore nel carrello!”
“Tranquillo, faremo quello che dici” rispose Sebastiani.
Il corso si avvicinò con aria minacciosa.
“Togli la mano dalla tasca!”
Radeschi sorrise e annuì.
“Tranquillo non ho nulla” disse estraendo il pugno chiuso.
“Apri la mano!”
Il giornalista agì d’istinto e, per sua fortuna, Sebastiani aveva già capito tutto.
Il peperoncino di Anna, che conservava ancora in tasca dal giorno precedente, finì negli occhi del loro aggressore accecandolo mentre il poliziotto lo colpiva, prima al ventre con un pugno, e poi al volto.
La pistola cadde a terra e Sebastiani immobilizzò il corso torcendogli le braccia dietro la schiena.
“Wow, sei ancora atletico per uno della tua età!” commentò sarcastico Radeschi.
“E tu sei un pazzo a tentare una mossa del genere contro un uomo che ti punta un’arma in faccia!”
Il giornalista sorrise: non era un complimento, ma certo era il riconoscimento che aveva avuto coraggio. Il coraggio dell’incoscienza, ovvio, ma pur sempre coraggio.
“Cosa sarebbe la vita senza un pizzico di piccantezza?”
Sebastiani grugnì quello che Radeschi interpretò come un insulto, quindi,
senza ulteriori indugi, trascinò il prigioniero fuori dalla galleria dove finalmente poté chiamare le forze dell’ordine ed assicurare l’assassino alla giustizia.
Quando fecero ritorno al BeVedetta era già passata l’ora di pranzo da un pezzo, ma Anna li attendeva con un sorriso.
“Avete trovato quello che cercavate?” chiese.
“Sì, grazie ai tuoi consigli” rispose Sebastiani.
“Ne sono felice. La cucina purtroppo ha già chiuso ma se vi va posso prepararvi uno spaghettino piccante condito con il mio olio biologico”.
“Ma certo!” commentò Radeschi con un sorriso. “Il tuo peperoncino ci ha già salvato la vita una volta oggi!”
“Come?”
“Niente” minimizzò Sebastiani fulminando Enrico con un’occhiataccia. “Non vediamo l’ora di gustarci la tua pasta!”
“Voi due non me la raccontate giusta”.
Il sigaro del vicequestore scivolò da una parte all’altra della bocca.
“Hai ragione, non te la raccontiamo giusta: in realtà non siamo astrofili di Brugherio!”
Anna ed Enrico scoppiarono a ridere e, cosa ancora più incredibile, anche sulle labbra del vicequestore apparve un mezzo sorriso. Finalmente lui e Radeschi si sentivano rilassati e la loro tanta agognata, quanto meritata, vacanza poteva finalmente cominciare!