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I menhir di Terra Rossa

A ridosso dello splendido mare di Scarlino, proprio in faccia all’Elba sulla strada per le famose cale, non ci si può non sorprendere di trovarsi improvvisamente di fronte a una sorta di enormi menhir che spuntano in ritmica successione, nascosti nel mezzo della ricca macchia mediterranea costiera, e che si innalzano imperiosi suggerendo con la loro disposizione un qualche indefinito destino verso il mare.

La sensazione di mistero e incompiutezza che assale nell’incontrare questi maestosi manufatti umani viene presto sostituita da un’altra di nobile abbandono, appena si prende consapevolezza del significato e della funzione che essi hanno rivestito in un passato nemmeno troppo lontano.

Ci troviamo infatti nell’ex-terminal minerario di Terra Rossa, e questi resti così suggestivi testimoniano il percorso finale delle teleferiche minerarie che tra il 1911 ed il 1968 attraversavano la valle del Pecora, trasportando la pirite estratta dalle miniere delle Colline Metallifere e confluendo appunto nel terminal portuale, dove poi il minerale veniva scaricato direttamente nelle stive delle navi mercantili.

Oggi, smantellate le teleferiche, è possibile visitare gli imponenti resti del sito industriale di Terra Rossa: i silos per lo stoccaggio del minerale – ossia, i nostri menhir -, la galleria di carico, i piazzali, incastonati nell’abbagliante paesaggio di questa costa frastagliata dove la natura si è ripresa il suo spazio e il mare è nuovamente limpido e pulito.

Un ambiente ideale dove magari trasportare un’indagine di Enrico Radeschi, il giornalista-hacker di Milano che risolve casi in sella al ‘Giallone’, la vecchia Vespa di color giallo, ospite per l’occasione del BeVedetta di Scarlino: tutta questa pace, tutta questa beatitudine, chissà cosa potranno mai nascondere…

 

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