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C’era una volta Segale

Abbiamo percorso più di una volta, avanti e indietro, la strada che porta dalla Maolina a Segale, scollinando per la Vigna del Prete, sotto la chiesa di San Concordio di Moriano, in Lucchesia: sono i tre luoghi dove Roberto Nannini ha costruito il suo sogno di ‘vigneron’, trasformando una passione in un lavoro.

Abbiamo trovato facile con Roberto trasformare a nostra volta il lavoro in passione: perché queste vigne pulsano, conservano e trasmettono le emozioni di storie antiche, raccontano di persone vere dedicate alla loro terra e al loro passato, da conservare per il futuro di tutti.

Abbiamo celebrato con lui le nostre affinità elettive davanti ad una bottiglia di “Segale”, seduti a un tavolo di “Ciancino” a San Macario in Piano, ai piedi del vigneto storico lucchese, il cui ricordo quel vino perpetua pure nel nome. Il ‘ciancino’ nella tradizione dei luoghi era lo spuntino consumato nelle taverne, accompagnato dal buon vino.

Abbiamo trasformato le emozioni scaturite da questa condivisione di viaggi, umanità e bicchieri in una doppia narrazione, in video e in racconto scritto, con la collaborazione preziosa di Maria Chiara e Silvia, ciascuna elaborando quelle emozioni col proprio linguaggio e la propria sensibilità artistica.

100 bottiglie. Come il centinaio di viti che componevano i primi tre filari di uva di Segale, con cui iniziò questa storia: con una vite in genere si ottiene una bottiglia di vino, purché non si lasci troppa uva sulla pianta, diradandola.

100 viti. Provenivano dal vigneto di Segale, generoso dono di Guido e Giuseppe Cozzoli, due contadini che hanno reso famoso il vino di quel fazzoletto di terra, coltivato dalla loro famiglia da più di 400 anni. “Sono Moscato rosa e Aleatico Lucchese, saporite e profumate come il pepe per l’arrosto!” dissero a Roberto, mentre se ne tornava alla Maolina con le preziose marze. Con quelle lui rimpolpò il piccolo vigneto di famiglia, che aveva deciso di mantenere in vita opponendosi al volere del padre e occupandosene così di persona.

Il caso ricondusse qualche anno dopo a Segale, quando Roberto ebbe l’opportunità di rilevare la conduzione proprio di quella vigna, grazie all’incontro con un’importante enologo lucchese. ‘Dum volo deligo’ (‘in volo colgo’) diventò il motto della nuova azienda, rappresentato simbolicamente anche nel logo: un merlo con un chicco in bocca.

Una scommessa, una difficile scommessa, quella di Roberto: recuperare dall’abbandono terre, vigneti, oliveti, cercando di valorizzare il territorio, il paesaggio, nel rispetto dell’ambiente e restituendo a tutti la bellezza di questi luoghi. Sfuggendo dall’omologazione, dunque facendo anche scelte antieconomiche, in totale coltivazione biologica.

Qui si fa davvero ‘agricoltura eroica’: la macchina non riesce a sostituire tutte le lavorazioni manuali, vista la morfologia dei terreni. Questa fatica manuale obbliga a un rapporto con la natura strettissimo, fisico, che al di là della durezza dell’impegno, o forse proprio grazie a questo, restituisce sensazioni vive ristabilendo un rapporto autenticamente empatico con la natura fatto di sentimenti di dipendenza, rispetto, timore e gratitudine.

Una scommessa ancora in corso per Roberto, ma a buon punto, sostenuta da ripetuti segnali d’incoraggiamento a vincerla.

100 Ambasciatori Nazionali. Un riconoscimento per cento aziende italiane che si siano distinte per sostenibilità, cultura, creatività e saperi, e possano rappresentare nel mondo l’esempio di un’Italia virtuosa, anche minore. Una di esse quest’anno è proprio il Colle delle 100 Bottiglie.

Il racconto sul vino


Video: Maria Chiara CalvaniLeggi il racconto ``Linee di vita`` »